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Comprano ruderi che nessuno vuole: scoprono una necropoli

È una storia piena di colpi di scena quella che stanno vivendo da oltre 10 anni i coniugi triestini Pizzi, Claudio e Bruna, due maestri di scuola innamorati della storia che, dopo mille peripezie, sono riusciti, nel 2002, ad acquistare un vecchio e cadente complesso di edifici a Joannis di Aiello del Friuli.

«Siamo stati degli incoscienti - racconta Bruna - ci siamo imbarcati in un’avventura che ci ha fatto parecchio penare ma che ci ha dato tantissimo e che continua a regalarci sorprese».
I due cominciano a restaurare le abitazioni, del 1400, autentiche, ma molto rovinate. Dopo 3 anni riescono a trovare un’impresa disposta a eseguire il recupero senza abbattere nulla. E arriva il momento di fare il primo getto di cemento.

«Sentivo che c’era qualcosa che mi diceva di scavare prima di quell’operazione e ho chiesto a mio marito di fare un buco, in terra. Lui mi ha accontentato. Ho messo il piede in un punto e gli ho detto di puntare lì la vanga». Bruna aveva ragione. Sotto un metro circa appare un osso umano. Vengono chiamati gli archeologi e lo scavo di allarga. «Appare “lei”, cui non ho dato un nome, ma sapevo voleva farsi trovare, dopo oltre mille anni».
È lo scheletro, con corredo, di una giovane donna. «Grazie a lei abbiamo trovato anche tutti gli altri: si stima siamo oltre 200, e fino ara ne abbiamo trovati 55. Erano gli antichi abitanti di Joannis, chiamati dal patriarca dalla Carantania, regione tra le attuali Austria e Slovenia, a ripopolare e a lavorare questa terra devastata dalle invasioni degli Unni.

«Erano genti slave, con le loro divinità, che si fecero seppellire, come loro uso, con il corredo, ma vicino alla chiesa – dice Bruna -; perché, chissà, forse quel dio cristiano che avevano conosciuto qui, poteva essere più potente del loro». La passione per la storia e la caparbietà di questa coppia ha permesso di far venire alla luce una delle necropoli di questo genere, del 900 dopo Cristo, più importanti e vaste del Nord Italia. «Il lavoro è lungo e faticoso. Tanti sono bambini e donne, morti di fatica per il lavoro nei campi: le donne tra i 25 e i 30 anni, i bambini tra gli 8 e i 13 anni. Le donne trainavano l’aratro, i figli portavano tanti pesi. Dalle ossa deformate si vede bene. L’ultimo bambino è “venuto alla luce” nel novembre scorso. Andiamo avanti un po’ alla volta, con fatica, con il prezioso aiuto delle archeologhe dell’Università di Udine che studiano questa necropoli senza guardare le lancette dell’orologio». Il complesso delle case del 1400, la “Centa di Joannis”, intanto, è stato quasi del tutto restaurato, vincolato come sito di interesse nazionale dalla Soprintendenza e non ci vive nessuno, perché non c’è acqua né rete fognaria, perché tutta l’area è ancora da indagare, metro per metro. Di proprietà privata, conta anche i resti di una cappella sacra dedicata a Santa Lucia, i resti di una chiesa e di un cimitero. Dallo scorso anno è stata inserita nel circuito di “Castelli Aperti” grazie al Consorzio di Salvaguardia dei castelli storici del Friuli Venezia Giulia.  

Fonte: Il Gazzettino

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