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Lo Yoga e…Yamuna.

  • Questo topic ha 20 risposte, 6 partecipanti ed è stato aggiornato l'ultima volta 3 anni, 4 mesi fa da Anonimo.
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  • #24145
    Anonimo
    Inattivo

    Auspicando un regrèso de la desaparecida Yamuna, che ho ammirato (al punto che forse una di queste notti andrò a trovare…), che nel recente passato si è sentita come presa tra due fuochi, la stuzzico citando brevemente la dottrina mysteryosa alla quale è più incline, butto qui quo e pure qua due righe sullo Yoga, il cui fondatore sembra essere stato il filosofo indiano Yajnavakya, vissuto alla corte di Janaka, re di Videha, ma la codeficazione del sistema filosofico Yoga (uno dei sistemi indiani), che è un’elaborazione di quello Samkya, è attribuito a Patanjali vissuto nel III sec. a.C. Lo Yoga significa “unione” intesa come unione con la divinità da raggiungere attraverso il superamento del ciclo delle nascite e del Karma, con la liberazione dal dolore nell’estasi della contemplazione e con conseguente raggiungimento di “poteri” quasi mai ravvivati.

    Secondo Patanjali, si giunge alla meta, cioè allo Yoga mediante vari studi : il dominio di sè, il dovere religioso, cioè la purezza interiore ed esteriore, le posizioni, cioè il dominio del proprio corpo eseguendo esercizi ginnici talvolta complicati, il dominio del prana (la forza vitale) mediante esercizi respiratori ritmici, consistenti nell’armonia dell’inalazione, esalazione e ritenzione (io auspico 3/4 secondi, non so Yamuna), meditazione, concentrazione su un certo oggetto della “conoscenza” e infine attraverso il Samadhi cioè la contemplazione trascendente o estasi.
    Un saluto

    #76739
    Anonimo
    Inattivo

    Sarà che sono molto ignorante di yoga, ma appena mi addentro in un articolo o discussione sull’argomento e incontro già cinque parole in sanscrito, mi viene un po’ il mal di testa e lo yoga non funziona più :hahahaha:
    La sto mettendo un po’ sul ridere, ovviamente… però è vero, quelle parole così strane mi alzano un po’ un muro che non mi invita ad addentrarmi nello studio della materia.

    #76743
    Anonimo
    Inattivo

    Lo Yoga è più facile praticarlo (non c’è bisogno di prodursi lesioni ai legamenti in contorsioni assurde) che discuterlo. Tra l’altro andrebbe considerato un sistema empirico di educazione psichica… che ha un collegamento con i principi filosofici religiosi (samkia) che considera l’esistenza legata ai complessi rapporti fra i tre concetti fondamentali: spirito (purusha), materia (prakriti), pensiero (citta). Quest’ultimo è considerato materia sottile, una sostanza intellettiva intermedia tra spirito e materia.

    La felicità dell’unione con l’assoluto è il risultato di una complessa catena di cause ed effetti. La materia è necessaria allo spirito per incitarlo a superarsi prendendo una sempre più profonda conoscenza di sè passando da un primo stadio d’ignoranza (nel quale esso si identifica, a torto, con la materia e col pensiero) al riconoscimento finale del suo isolamento e, come conseguenza, alla sua liberazione. Gira che ti rigira, sempre alla finalità karmica si arriva a discutere…

    Infatti, per chi pratica Yoga per antonomasia, come gli Yogin, finchè lo spirito rimane legato alla materia e al pensiero è immerso nel dolore, perchè esso vi si sente prigioniero. Solo con la liberazione finale lo spirito raggiunge la felicità eterna nell’unione con lo “Spirito Assoluto”. La disciplina yogica insegna appunto, in ultima analisi, come raggiungere questa liberazione.
    Un saluto

    #76746
    Anonimo
    Inattivo

    L’idea dietro lo Yoga ha risvolti inquietanti.

    Se da una parte l’idea di liberarsi dal proprio guscio fisico può sembrare allettante, leggendo più approfonditamente qualche libro a riguardo che tratta lo Yoga non come sport-fitness ma come pratica spirituale è ben chiaro che questa “liberazione” implica il concetto di distruzione del proprio io materiale, compresa la propria personalità che ci identifica come noi stessi su questo mondo materiale.

    Sotto quest’ottica, la cosa diviene meno allettante (almeno per me).

    #76748
    Anonimo
    Inattivo

    Secondo me non è una questione di distruzione del proprio io, ma di una presa di consapevolezza di se stessi e di tutto ciò che ci circonda. Ricordo di aver letto che per fare yoga basta anche semplicemente ascoltare il proprio respiro. Può sembrare una banalità un po’ sciocca, ma normalmente respiriamo in modo automatico senza dare troppa importanza a questa azione d’importanza vitale. Ascoltare il proprio respiro è un primo passo verso la consapevolezza.

    #76749
    Anonimo
    Inattivo
    Nyma wrote:
    Secondo me non è una questione di distruzione del proprio io,

    Nel testo che ho letto era ben chiaro e ribadito più volte tra i vari capitoli. L’annullamento della propria personalità.

    #76750
    Anonimo
    Inattivo
    Nyma wrote:
    Secondo me non è una questione di distruzione del proprio io, ma di una presa di consapevolezza di se stessi e di tutto ciò che ci circonda. Ricordo di aver letto che per fare yoga basta anche semplicemente ascoltare il proprio respiro. Può sembrare una banalità un po’ sciocca, ma normalmente respiriamo in modo automatico senza dare troppa importanza a questa azione d’importanza vitale. Ascoltare il proprio respiro è un primo passo verso la consapevolezza.

    @ Nyma, ne convengo: perdersi nel proprio respiro, ascoltando solo il battito del proprio cuore, è la base della meditazione, del rilassamento, portano a minime – medie consapevolezze, anche su eventi futuri, quasi sempre a carattere personale

    Gli stadi della pratica yogica fanno parte di un lungo cammino, pochi sono gli yogin che l’hanno compiuto nella sua interezza, e questi non sono mai occidentali. Ci si può accontentare di molto meno, magari, appunto, anche alla “semplice” meditazione, che poi è il risultato di un rinnovato interesse per raggiungere stati mentali in cui la coscienza può espandersi verso nuove dimensioni. Il vero cammino della pratica Yoga porta, per gradi, al distacco totale dalla materia e il pieno dominio di essa, assume imponenti facoltà di carattere particolare ed eccezionale come quello di arrestare quasi totalmente i battiti del cuore, arrestare o accelerare il processo della digestione; trattenere il respiro per un periodo che sarebbe letale per chiunque (devo dire che la mia cadenza di respiro in stato meditativo, risulta di due al minuto, lo dico senza enfasi, sia ben chiaro non c’è motivo alcuno di vanto, è solo un constatare il rilassamento e gli effetti meditativi), ecc ecc.

    Per noi occidentali, neofiti nei confronti di questa antica disciplina orientale, certe discipline yogiche non verranno mai praticate, tuttalpiù potremo considerare i primi meno impegnativi gradini, da par loro già interessanti e utili. Non è sufficiente poi essere maestri di Yoga, (l’amica Yamuna mi perdonerà…) specie se l’insegnamento si limita ai primissimi stadi, come avviene perlopiù in Occidente, per definirsi yogin. Lo (raro) yogin è un individuo che ha toccato veramente le vette estreme di quelle possibilità umane che tendono al contatto con forme d’energia trascendente, che può proiettare l’uomo, verso orizzonti di grande conoscenza e al raggiungimento di un perfetto dominio della propria struttura umana, fisica e psichica e dei rapporti misteriosi che lo legano, compenetrandolo, alle sconosciute leggi fondamentali dell’Universo.
    Un saluto

    #76751
    Anonimo
    Inattivo

    Guarda caso proprio stanotte mi sono imbattuto in questo video che affronta ad un certo punto la questione dei confini del sé, cui faceva riferimento Emiliano.
    Quest’uomo afferma che in realtà la percezione dei confini del sé è in qualche modo artificiale perché noi siamo parte di un tutto. Allo stesso tempo quel tutto che ci circonda non è solo qualcosa di esterno a noi ma è noi stessi, cioè noi siamo quel tutto.
    Pensandola in questi termini non è che la propria persona venga ad annullarsi. Potremmo leggerla così, ma potremmo anche pensare che la nostra persona si amplifichi, si allarghi fino ad abbracciare l’intero universo. Noi siamo l’universo, quindi siamo addirittura di più di ciò che pensavamo d’essere.
    Per tranquillizzare Emiliano potremmo dire così: comprendendo che quei confini della nostra persona sono in qualche modo artificiali, se li concepisci in maniera più sfumata, ti perdi oppure ti ritrovi? Ti riduci oppure ti allarghi?

    Per ascoltare il punto di cui stiamo parlando, andate al minuto 7:19

    #76752
    Anonimo
    Inattivo

    Vero, il senso di quello che ho letto era proprio questo: l’allargare il proprio io perché dentro di noi c’è parte di quel tutto al quale dovremmo ricongiungerci.

    Ciò non toglie che “allargandoci” venga meno la nostra personalità che è definita nei nostri limiti “concreti”. Magari saremmo sempre noi, ma anche no.

    Personalmente penso che la mia personalità identificata dai miei limiti dell’io concreto non sia oggetto di alcuna trattativa spirituale.

    #76754
    Anonimo
    Inattivo

    Potresti avere ragione, e la discussione su questo punto potrebbe essere più interessante di quanto si immagini.
    Ogni religione o filosofia fornisce all’uomo una “via di fuga” o di salvezza dall’inesorabilità della morte e della sofferenza.

    Il Cristianesimo o l’Islam, per esempio, consolano l’uomo prospettandogli una vita eterna dopo la morte, una vita in cui non ci saranno più sofferenze e tutto sarà perfetto come avrebbe dovuto essere.
    Le filosofie orientali propongono una scappatoia un po’ più raffinata, non ti offrono il paradiso sulla nuvoletta e un mondo incorruttibile, che potrebbe sembrare un po’ troppo una fantasia.
    E allora la soluzione è: tu non sei soltanto tu. Tu sei il cielo, il mare, le stelle. E questi sono te. Siete la stessa cosa, ma in forme e declinazioni diverse. Quindi quando morirai tornerai a far parte di tutto ciò che già sei adesso, anche se non ne sei ben consapevole. Non sarai morto, ti sarai solo trasformato.

    Alla fine è una scappatoia anche questa? E’ soltanto un altro modo per rendersi meno temibile una realtà ineluttabile?
    Come dice Emiliano, forse non mi consolerebbe molto l’idea di fare parte di una stella dopo la mia dipartita da questa terra. Sarò pure una stella, ma se non penso più come uomo, come individuo, con la mia storia e tutto il resto, che me ne faccio d’essere diventato una stella? :confused:

    #76755
    Anonimo
    Inattivo
    valle wrote:
    Alla fine è una scappatoia anche questa? E’ soltanto un altro modo per rendersi meno temibile una realtà ineluttabile?
    Come dice Emiliano, forse non mi consolerebbe molto l’idea di fare parte di una stella dopo la mia dipartita da questa terra. Sarò pure una stella, ma se non penso più come uomo, come individuo, con la mia storia e tutto il resto, che me ne faccio d’essere diventato una stella? :confused:

    Sarà anche una scappatoia, ma la trovo molto più credibile (soprattutto a livello scientifico) rispetto al paradiso sulla nuvoletta.
    In fin dei conti è vero che noi siamo tutto. In cosmologia prevale la teoria che l’universo fosse originariamente un puntino densissimo e che dentro quel puntino ci fossimo anche noi sotto altra forma. Poi lo spazio si è espanso scagliando ovunque la materia. E sempre secondo la cosmologia il centro dell’universo è ovunque: in un albero, in un sasso, in ogni persona, quindi ampliando la nostra coscienza ampliamo i nostri sensi nell’universo e quindi i nostri confini.

    Comprendo bene che l’idea di continuare a far parte dell’universo mentre la nostra personalità svanisce non è di grande consolazione. Anzi, è una riflessione che condivido. Però questa filosofia si lega benissimo alla scienza e penso sia comunque meglio trasformarsi in qualcosa, che è pur sempre senza pensiero, ma che non è il nulla assoluto. Voglio dire, almeno non si parla della leggenda del paradiso su una nuvoletta, ma si fa riferimento a qualcosa di concreto.
    Infine, questa consapevolezza ci accomuna ad animali e cose (perché tutti andiamo incontro allo stesso destino), e ci dovrebbe insegnare a rispettare o approcciare ogni forma di vita e non con una certa armonia.

    #76756
    Anonimo
    Inattivo

    Sì, Nyma, concordo con il fatto che tale visione sia più realistica scientificamente parlando ed anche razionalmente.
    Ciò in cui non mi sento consolato è sempre l’aspetto dell’identità. E’ la stessa argomentazione che ho portato nelle discussioni sulla reincarnazione. Ognuno di noi potrebbe essere qualunque altra persona o animale, ma che cosa ci rende ciò che siamo? La nostra identità, e la nostra identità è fatta in gran parte dalla nostra storia e dai nostri ricordi.
    Se tu domani ti svegliassi con la memoria azzerata, cervello formattato e non riconoscessi nessuno dei tuoi famigliari e casa tua, saresti sempre te stessa? A livello biologico sì, ma se la memoria non tornasse più, Nyma si sarebbe dissolta con essa pur essendo biologicamente viva. A quel punto la differenza tra essere morti oppure vivi senza memoria di sè sarebbe irrilevante. Non soltanto per te, ma anche per le persone che ti amano perché non troverebbero più traccia di te nella tua persona.

    #76757
    Anonimo
    Inattivo

    Capisco il ragionamento, forse il problema è tendiamo a dare troppo valore a quello che c’è nel nostro cervello. Dovremo fare lo stesso con gli animali che hanno anche loro un proprio carattere e abitudini. Invece conta di più quello delle persone, perché noi siamo in grado di comunicare, esprimerci e creare. Ma gli animali non fanno lo stesso in modo diverso? Quindi siamo sicuri che sia questo che conta di più? Non è solo ciò che abbiamo riempito di valore perché è grazie al nostro cervello che la società funziona e i soldi girano?
    Riguardo l’identità: ricordo di aver letto che circa ogni 7 anni le cellule del nostro corpo si rinnovano completamente, quindi noi mutiamo nel tempo. Anche il nostro carattere cambia, certe volte anche radicalmente. Quindi il desiderio di preservare la propria identità mi dà da pensare: l’identità di quale periodo della nostra vita preferiamo preservare? E l’identità di un criminale la preserviamo?
    Forse lo yoga vuole appunto allontanarci dalla materialità ampliando la nostra visione delle cose.

    #76758
    Anonimo
    Inattivo

    Sì, la tua obiezione fa pensare. Tuttavia nella nostra evoluzione personale non si perde mai il senso della continuità del proprio Io. Certo, si può pensare ad un certo periodo della propria vita di anni o decenni prima e pensare “com’ero stupido in quel periodo, o in quella situazione, oggi agirei in maniera totalmente diversa”. Ma non è anche questa capacità di rapportarsi al se stesso di tanto tempo prima che ci restituisce chi siamo noi oggi?
    In un vuoto totale di esperienza precedente io non so se riuscirei ad avere un senso di me stesso. Sarebbe interessante domandarsi come si “accende” ad un certo punto la consapevolezza di sé in un feto. Sarà qualcosa che avviene per gradi… ma quando comincia ad avvenire. Quando si ha la prima suddivisione delle cellule embrionali? E quando? Quando le cellule sono quattro, otto, sedici? Quando inizia a formarsi il cervello? Ma le cellule nervose esistono anche fuori dal cervello…
    è affascinante pensare che un essere che prima non c’era e non pensava, ad un certo stadio dello sviluppo comincia a percepire qualcosa. Forse degli stimoli tattili, fisici, poi i primi abbozzi di pensiero. Incredibile, da perdersi dentro a certe domande!

    #76759
    Anonimo
    Inattivo

    Senza dubbio anche la nostra personalità evolve e sarebbe un problema se non fosse così: vorrebbe dire che non impariamo nulla dai giorni che passano.

    Dunque allo stesso modo anche l’abbandonare l’io “terreno” sarebbe un’evoluzione di noi stessi e saremmo dunque sempre noi, eppure credo ci siano dei limiti oltre i quali poi si diventerebbe qualcosa di davvero diverso. Un passo che sinceramente non mi piace pensare: per quanto evolvo e cambio nel mio carattere terreno, i nostri confini ci assicurano una certa continuità che potrebbe risultare altrimenti dispersa.

    Vero che tutte le religioni (o quasi) in un modo o nell’altro vedono un’evoluzione finale, giusto l’esempio dell’abbandono del corpo da parte dell’anima, con la sua vita eterna e i suoi tratti ben distinti da quelli terreni. Però queste evoluzioni sfociano dopo il viaggio terreno, non durante. A viaggio concluso l’evoluzione è l’unica alternativa (e per questo consolatoria); un’evoluzione così significativa durante il viaggio invece, ha un gusto molto diverso e forse non così gradito, potendo scegliere.

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