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ARGOMENTO: Vulgus vult decipi

Vulgus vult decipi 9 Mesi 4 Settimane fa #1

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Dal diario di un ex-cartomante



"Vulgus vult decipi" dice un proverbio latino; ovvero "il volgo vuole essere imbrogliato". Si badi bene: non il volgo viene imbrogliato suo malgrado, a causa dell'ingenuità, dell'ignoranza o della disinformazione, bensì il volgo vuole, cioè desidera essere imbrogliato. In passato pensavo che questo proverbio esagerasse un po', ero convinto che la colpa principale non fosse del povero volgo, ma di quelle persone come me, cartomanti e affini, che traggono di che vivere (e ben comodamente) sfruttando la credulità popolare. Al secondo posto, in questa graduatoria di responsabilità, mettevo la stampa e i programmi televisivi, sempre pronti ad alimentare le più assurde credenze irrazionali pur di far scalpore e vendere giornali o ascolto. Il popolo infine, così propenso ad infatuarsi di qualsiasi sciocchezza non lasciandosi quasi mai prendere dal dubbio, aveva senz'altro una parte considerevole in tutta la faccenda, ma ne consideravo la responsabilità solo in terza posizione. Sentivo chiaramente che la colpa maggiore doveva essere per forza di noi parassiti, che sapevamo approfittare così bene della situazione. In questi ultimi tempi, invece, da quando mi sono ravveduto ed ho iniziato a discutere con franchezza di questi argomenti con varie persone, sono stato costretto a ricredermi. Ho dovuto ammettere che il proverbio latino non esagerava affatto, anzi era addirittura ottimistico per certi aspetti. Da quando mi do da fare per informare gli individui su come stanno in realtà le cose ho infatti avuto modo di constatare che il volgo vuole davvero essere imbrogliato, al punto che addirittura non sopporta l'idea di essere messo in guardia da qualcuno. II tipo di persone a cui mi riferisco, si noti bene, non fanno parte del volgo nel senso letterale del termine: sto parlando di appartenenti a tutte le fasce sociali.
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Fra i clienti che avevo ricordo molti che avevano raggiunto alti titoli di studio, leggevano spesso e amavano definirsi di mentalità aperta e critica. È stato proprio discutendo con persone di questo tipo riguardo alla falsità dei cosiddetti fenomeni paranormali e riguardo alle truffe che avevo adottato nel mio passato di cartomante, che ho avuto la sgradita sorpresa d'essere trattato, per la prima volta, con sospetto e addirittura disprezzo. Ho confessato a molta gente, compresi i miei ex clienti, i trucchi e i metodi che io, come gli altri miei colleghi cartomanti, sapevo usare con maestria. Ho spiegato che l'unica magia che veramente facevamo era quella di imbrigliare le loro paure, le loro speranze e le loro superstizioni trasformandole in concreta moneta sonante, a noi necessaria per mantenere quel gradevole tenore di vita a cui c'eravamo abituati. Affinché non pensassero che solo io fossi un truffatore e decidessero di conseguenza di rivolgersi ad altri cartomanti, li ho anche informati dei risultati delle indagini condotte dai componenti del Cicap, quel gruppo di prestigiatori, scienziati e volontari che si danno da fare per controllare la veridicità delle affermazioni straordinarie che costituiscono il mondo del paranormale: ogni volta che hanno potuto osservare i fenomeni da vicino si sono sempre trovati davanti ad imbrogli, truffe, suggestioni o fenomeni mal interpretati, al punto che hanno deciso di offrire un premio di un miliardo per chiunque manifesti un qualsiasi fenomeno paranormale sotto controllo. Ma tutti questi discorsi non sono serviti a niente, tutto ciò che ne ho ricavato è stata soltanto una decisa ostilità nei miei confronti. Invariabilmente venivo interrotto con la frase: "ti sbagli di grosso, anch'io ero scettico, ma poi mi è successo che...", e se insistevo col tentativo di ragionare per argomentazioni il mio interlocutore finiva per infuriarsi e darmi del presuntuoso o dell'arrogante. Ai bei tempi, quando dicevo di convogliare l'Energia Cosmica di Tutto l'Universo nella mia Mente Superiore, nessuno mi dava mai dell'arrogante o del presuntuoso. E adesso, se mi azzardo a dire che nessuno ha mai dimostrato di avere alcuna capacità paranormale una volta sottoposto ad attenti controlli, tutti si inviperiscono come volessi rubar loro qualcosa.
Ah, una volta, com'era diverso. Allora sì che rubavo sul serio! Eppure trovavo sempre amore e comprensione fraterna: ero rispettato e stimato da tutti, i miei consigli venivano seguiti alla lettera e le mie opinioni erano considerate verità assolute. Avevo iniziato facendo i tarocchi e leggendo le carte per mantenermi gli studi di danza, e poi, accresciuto gradualmente il mio giro di clienti, avevo trovato uno spazio tutto mio nella grande terra del 'se dicono così ci dev'essere qualcosa di vero'. A pensarci adesso a cosa ho raccontato e a cosa sono riuscito a far fare a certa gente, mi vien quasi da ridere. Avevo una fantasia fervida, un tono suadente, una parlantina travolgente e un modo di fare rassicurante; modestia a parte, ero uno fra i migliori dell'intera regione. Non ricordo un solo episodio in cui un cliente mi abbia contraddetto o si sia arrabbiato con me: tutti sborsavano felici palate di quattrini per udire le fantasiose farneticazioni che la mia mente partoriva. Avevo un potere enorme sulle loro scelte di vita: ero io che decidevo se due persone dovevano sposarsi oppure lasciarsi, ero io che decidevo se un tale doveva rifiutare o accettare un lavoro, ero io che decidevo se una tal altra aveva o non aveva per davvero un amante, io decretavo quali comportamenti i miei clienti avessero da adottare per il futuro. Spesso dicevo cose vaghe che andavano bene per tutti, oppure ripetevo con parole diverse quelle stesse cose che i clienti mi raccontavano e desideravano sentimi dire, ma a volte sceglievo davvero per loro. In certe occasioni i miei consigli si rivelavano così azzeccati che quasi quasi pareva persino a me di avere sul serio dei poteri divinatori (in questi casi le persone che avevo aiutato mi facevano una pubblicità spaventosa fra tutti i loro conoscenti), ma la maggioranza delle volte a causa dei miei consigli la situazione dei miei frequentatori peggiorava, e di parecchio. Poco male: bastava tirar fuori la storia del malocchio, dando la colpa a chissacchì, ed ecco che invece di prendersela con me per le mie previsioni sballate, subito accettavano di sborsare un'altra palata di quattrini per comprare il mio talismano personalizzato che irradiava l'Energia Cosmico-Positiva dell'Universo e trasformava tutto in onde positive. Le onde positive e negative, che trovata geniale. Dopo quattro anni di attivitá m'ero potuto permettere d'acquistare una lussuosa villa con giardino, ma poi, per mantenere quel minimo di servitù necessaria a tenerla come si deve, m'ero accorto che avrei dovuto spendere di più. M'inventai allora la storia dell'acqua magnetica alle bio-onde che curava tutti i mali: forse sarebbe stato più semplice fare il pranoterapeuta, ma ormai ce n'erano così tanti in giro che la trovata dell'acqua magica mi parve addirittura più originale. Era semplice acqua del rubinetto a cui imponevo le mani facendo finta di concentrarmi in modo spaventoso, assumendo uno sguardo sofferente e tremando vistosamente. Non crediate che sia facile recitare questo tipo di commedie: se non si sta attenti ad ignorare la faccia che di solito fa il cliente si può rischiare di scoppiare in una fragorosa risata che rovinerebbe in un attimo tutta l'atmosfera di mistero così difficilmente costruita. Una volta recitata la scena fingevo d'essere esausto, come se avessi caricato l'acqua con dio sa quali energie. Disgraziatamente, proprio usando la mia acqua magica per guarire da non ricordo più quali malattie (mica sono un medico), due miei giovani clienti sono morti. Per fortuna nessuno è venuto a prendersela con me, così ho deciso di metterci una pietra sopra. Bei tempi, dicevo; li ricordo con nostalgia soprattutto perché allora ero felice, ricco e spensierato.
Poi mi è successa una cosa imprevista, che non mi sarei mai aspettato da un carattere forte come il mio. Mi era nato nella testa un pensiero strano, diverso dal solito, che mi dava un leggero malessere. In una seduta col mio psicologo di fiducia ebbi la conferma che si trattava di un vero e proprio senso di colpa. Cercavo d'illudermi che fosse passeggero, ma purtroppo più andavo avanti più peggioravo. A poco a poco, strisciante e viscido, questo rimorso di coscienza cominciò a farsi strada nella mia mente e si ingigantì fino a non farmi dormire la notte. Così, nel giro di un mese, mi sentii colpevole senza rimedio. Passai un periodo orribile, pieno di dubbi, resistenze e laceranti sofferenze; infine decisi di cambiare vita, di ravvedermi e di spifferare tutti i trucchi e gli imbrogli che io e i miei colleghi usavamo per arricchirci. Presi a cuore per la prima volta le sorti dei miei clienti e mi preoccupai di tutte quelle persone che credevano e confidavano nel paranormale. Cercai di metterli in guardia dai sensitivi e dai cartomanti e di battermi (proprio io!) per un'informazione più onesta e corretta. I miei amici giornalisti, con i quali dividevo parte dei guadagni per ripagarli dell'enorme fama e credibilità che i loro articoli mi procuravano, quasi non credettero alle proprie orecchie quando feci sapere che volevo ritirami dall'attività e che avevo deciso di abbonarmi alla rivista del Cicap Scienza & Paranormale come inizio di espiazione per le mie orribili colpe. "Ma sei impazzito?" mi dicevano, "Cosa intendi dire con colpe? E Cicap, che cosa è?"

Che volete farci, simpatizzare col Cicap era l'inevitabile conclusione del mio percorso interiore, perché, anche se per motivi diversi dai miei, (io, ripeto, non riuscivo a dormire la notte per il rimorso), gli scettici del Cicap facevano da tempo le stesse cose che avevo appena iniziato a fare io, cioè svolgevano indagini e offrivano i loro laboratori per dimostrare che i sensitivi non possedevano alcun potere qualora fossero sottoposti ad un vero controllo. E pensare che io stesso, anni prima, quando ancora non sapevo che tipi fossero, avevo pensato di sfruttare proprio gli scettici del Cicap per procurarmi dell'ulteriore pubblicità gratuita. Ricordo che ne avevo incontrato uno ad una trasmissione televisiva in cui eravamo in diciotto sensitivi invitati a discutere di fenomeni paranormali con la moderazione di un conduttore fanatico di astrologia e New Age. Durante lo show il tipo del Cicap aveva osato mettere in dubbio le mie capacità paranormali e nel fervore della discussione lo travolsi di insulti e accettai pubblicamente la sua sfida a farmi esaminare. Il conduttore della trasmissione, i diciassette colleghi e tutto il pubblico erano già compatti e urlanti dalla mia parte, ma andarono addirittura in visibilio dopo aver udito che non avevo paura di sottoporre le mie doti di veggente al severo controllo degli sperimentatori del Cicap nei laboratori dell'Università di Pavia (in quella sede m'ero presentato come veggente semplicemente perché la trasmissione era dedicata ai veggenti e non ai cartomanti). La serata si concluse con un mio totale trionfo: anche se il controllo sarebbe potuto avvenire soltanto il mese successivo, di fronte agli occhi dei telespettatori era come se avessi già vinto. E i miei clienti aumentarono del 20 percento. II giorno stabilito mi recai per davvero al controllo del Cicap, perché credevo di avere a che fare con degli scienziati: fisici, chimici o roba del genere, e volevo ottenere la patente di mago. Invece, porca miseria, fra gli sperimentatori di Pavia c'erano anche dei prestigiatori che avevo conosciuto al Club Magico Italiano molti anni prima, quando ero poco più di un ragazzo ed avevo la passione per i giochi con le carte e gli effetti di mentalismo. Sapevo che erano bravi e per giunta dovevano essere molto più allenati di me (cosa volete, io producevo i miei trucchi nella penombra di fronte a gente suggestionata, loro invece li dovevano eseguire sotto la luce dei riflettori di fronte a pubblici attenti e curiosi), ma ormai ero lì e non potevo più cambiare idea. Mentre mi guardavo attorno disperato, m'accorsi che fra loro c'era anche colui che era stato mio maestro di prestigiazione, da cui avevo appreso i più bei trucchi di telepatia e di premonizione che sapevo. Quando i nostri sguardi si incrociarono mi sentii quasi mancare. Riconoscendomi ebbe un moto di sorpresa, quasi d'incredulità, poi mi piantò addosso gli occhi con un'espressione di così profondo compatimento che ancora adesso, quando ci penso, mi sento morire dalla vergogna. Non avevo scelta: recitai fino alla fine la mia parte. Dovevo dimostrare di riconoscere degli oggetti scelti fra dieci possibilità diverse (a me note), che venivano racchiusi dentro cinquanta scatole opache. Era tutto sotto un perfetto controllo: gli sperimentatori avevano preparato un sistema in doppio cieco con tale minuzia di particolari che non mi era possibile trovare il minimo appiglio. II mio complice era già fuori uso, intrappolato in un falso corridoio che portava nella direzione opposta alla stanza dove si preparavano le scatole. Fui preso da un forte mal di testa di origine chiaramente psicosomatica. Pensavo: "Ma come diavolo faccio in queste condizioni? Neanche fossi davvero un veggente, disgraziati!" Gli sperimentatori e i prestigiatori del Cicap mi osservavano impassibili e una telecamera riprendeva i miei movimenti. Recitavano anch'essi la loro parte: fingevano di aspettarsi che potessi farcela, che potessi essere proprio io il primo vero veggente della storia; ma si vedeva lontano un miglio che l'eventualità che riuscissi ad indovinare cosa diavolo ci fosse dentro quelle maledette scatole non li sfiorava nemmeno per un momento. II Cicap divulgò i risultati pessimi della mia esibizione: avevo sbagliato quarantanove volte su cinquanta. Mi appellai allo PSI negativo, facendo notare che per puro caso avrei dovuto sbagliare solo quarantacinque volte su cinquanta e tirai fuori la storia dell'interferenza del campo scettico, ma non ci fu verso: quei previdenti mi avevano fatto firmare in precedenza un documento in cui dichiaravo che avrei utilizzato soltanto il mio PSI positivo e che non sentivo onde particolarmente negative nella stanca dell'esperimento.
Fu un leggero smacco, ma i miei affari non subirono alcun contraccolpo: solo un giornale scrisse di questa notizia e la riportò nella quartultima pagina, criticando la freddezza degli sperimentatori del Cicap e mettendo solo le iniziali del mio nome. Non credo che alcun mio cliente abbia letto dell'accaduto: del resto le persone che si rivolgevano a me aborrivano questo tipo di notizie.

Comunque è acqua passata: ora mi diverto anch'io a mettere sotto controllo i veggenti e a vederli sudare e arrossire di fronte alla perfezione con cui preparo gli accertamenti. E mi do molto da fare per avvertire la gente che, fino a prova contraria, non c'è niente di vero nei presunti fenomeni paranormali e che la prova contraria si fa attendere da centinaia di anni. Ed ecco allora la scoperta di cui accennavo all'inizio, fatta sulla mia stessa pelle, riguardo all'antico proverbio latino: quando mi mettevo d'impegno per imbrogliare la gente, accapparrandomi in tutti i modi il loro denaro, essi mi ringraziavano commossi fino alle lacrime e mi giuravano eterna gratitudine; ora che invece mi impegno per fornire (gratuitamente) delle informazioni che li possano mettere in guardia dalle frottole che stanno alla base del mondo del paranormale, in modo che in seguito corrano meno rischi di buttar via denaro per nulla e non mettano a repentaglio la loro salute o il loro futuro, ecco che tutti mi si rivoltano contro con rabbia e sospetto, e spesso anche con odio palese. Questo tipo di persone dunque ama per davvero subire delle truffe. Se la godono se qualcuno gli vende i numeri per fare ambo al Lotto o la piramide magica per guarire la miopia o il tumore al seno: si infuriano come belve se invece qualcuno perde il proprio tempo per fornire delle prove concrete o delle argomentazioni critiche che contrastano con le promesse dei maghi, dei guaritori e dei sensitivi. In quest'ultimo periodo sono stato trattato particolarmente male e mi son sentito dire per la prima volta (nella mia lunga carriera di cartomante non era mai successo) che sono uno stupido imbroglione che si inventa tutto e non capisce nulla di cosa ci sia in realtà nel mondo. Devo dire che questi attacchi spesso mi mortificano, ma li accetto con pazienza e con spirito di sacrificio perché so che devo espiare le mie colpe passate. Vorrei solo rafforzare il veritiero proverbio latino con l'aggiunta di una seconda frase, su cui posso mettere la mano sul fuoco: " II volgo desidera essere imbrogliato e detesta alla follia chi fa qualcosa per mettere in difficoltà i truffatori a cui s'affida".

Roberto Vanzetto


www.cicap.org/n/articolo.php?id=101360
:-)
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Vulgus vult decipi 9 Mesi 3 Settimane fa #2

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Ottimo che abbia avuto rimorso per quello che faceva... magari altri truffatori provassero questo sentimento....peccato che non sia andato più a fondo e non abbia compreso che la sua esperienza non è assoluta, e non per forza uguale per tutti....... non è che perché lui era un truffatore sta a significare che lo siano tutti... questa è incapacità di andare a fondo al problema e di uscire dall'ego, molto spesso non siamo in grado di comprendere ciò che non sperimentiamo noi stessi e ciò ci rende ottusi a mio avviso.
La sua formula matematica con cui, in modo semplicistico, ha tratto delle conclusioni per me è errata, manca la profondità necessaria nell'affrontare questi argomenti.
......
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