DOSSIER

CASI ED EPISODI RIMASTI NEL MISTERO

Le indemoniate di Verzegnis

Come nella maggior parte dei casi che mi affascinano maggiormente, anche questo, prende un posto particolare nel mio archivio personale.
I motivi sono due, sia perchè vivo a circa 50Km da dove è accaduto ma soprattutto per l'epoca e l'ambientazione che a mio avviso rendono i resoconti sempre più inquietanti.
Ci troviamo nel cuore della Carnia, zona del Friuli Venezia Giulia quasi al confine con l'Austria. E' l'inverno del 1878 e in quell'anno si contano il doppio (ca. 1800) degli abitanti presenti oggi (ca. 874 al gennaio 2015). Il territorio è interamente montano e quasi totalmente coperto da vegetazione. Come detto ci troviamo in inverno e ad una altitudine di circa 400 metri s.l.m. non è difficile credere che fosse tutto completamente innevato.

Nella piccola frazione di Chiaicis (250 abitanti ca.) la vita scorreva tranquilla fino a quando non cominciarono ad avvenire sinistri episodi. 

Si racconta che una ragazza del posto dal nome Margherita Vidusson cominciò a manifestare sintomi alquanto degni di nota, caratterizzati da comportamenti blasfemi, violenti, incomprensibili fatti di urla, imprecazioni, movimenti convulsi. La piccola comunità sofferente anche del forte fattore isolamento ne fu subito sconvolta.
Il fenomeno si allargò velocemente tra le donne. Prima due, poi tre. Fino ad arrivare a 24 donne e addirittura un carabiniere dei tanti fatti accorrere quando la cosa sembrò sfuggire di mano. Ma torniamo alle origini.

Sette ragazze di questa frazione, tutte tra i 15 ed i 20 anni, furono le prime vittime.
Il parroco Giovanni D'Orlando scrisse al vicario generale dell'arcivescovo di Udine:

Si contorcono orribilmente, strepitano, perdono i sentimenti, ed urlano anche in pari tempo come da voce di cane.

Interamente prive di sensi, le ammalate cadono a terra con la bocca stravolta, gridano, urlano, si agitano come forsennate.
Si mobilitarono anche altri religiosi accorsi dai paesi confinanti (come don Giacomo Paschini da Tolmezzo) che non poterono altro se non confermare gli avvenimenti. In alcuni casi i sintomi aumentarono proprio in presenza dei religiosi e ci fu chi, come la madre di una delle povere ragazze, annotò con minuzia gli accadimenti: dalle 5 di mattina alle 3 del pomeriggio. Poi, dopo un'ora esatta di pausa, per un altro quarto d'ora, e quindi per altre due ore, dalle 6 alle 7 e dalle 9 alle 10; sopraggiungeva poi una sorta di riposo notturno non sempre ininterrotto. Nelle poche pause da queste manifestazioni le donne tornavano quasi ad una sorta di normalità e nonostante non uscissero di casa vi furono anche casi di chiaroveggenza con informazioni su chi avesse detto messa il giorno dopo. Tutti i tentativi di tracciare il segno della croce sulle loro fronti fu vano e fu allora che la curia di Udine autorizzo le cerimonie di esorcismo. Questa decisione portò fuori dalle abitazioni il fenomeno ed il 25 novembre 1878 fu organizzata una Messa nella chiesa di S. Rocco per far cessare questa diabolica epidemia.

"Parlava in terza persona, concitata e con sgarbo, dando nozioni sul diavolo che diceva di tenersi in corpo"

Al principio del 'Credo', una 64enne, si rovesciò sul banco dimenandosi ed urlando. La cosa si allargò subito alle altre donne (non tutte) già vittime e presenti in quel momento in chiesa. Le urla sopraffecero le parole del sacerdote e gli schiamazzi e le bestemmie crearono un'ambientazione infernale. Gli uomini più vigorosi tennero ferme quelle povere donne mentre i parenti le bagnarono con acqua santa.

Il fenomeno fu così allarmante che si sentirono in obbligo di avvertire le autorità civili. Iniziò così questo scontro titanico tra le istituzioni (con i medici che premevano per il ricovero) e la Chiesa, con i prelati che urlavano al demonio e si affidavano a Dio. Si rincorsero le tesi più disparate sulle responsabilità: da un gesuita che era passato da quelle parti l'anno prima ad un parroco che era ormai andato via da una decina di anni.

Partirono quindi da Udine il primario chirurgo Fernando Franzolini accompagnato dal suo collega Giuseppe Chiap. Nacque così questa contrapposizione di interpretazione tra la lettura in chiave soprannaturale degli eventi (sostenuta dal clero e da maggior parte della popolazione) e un'epidemia di istero-demonopatica.
Purtroppo la situazione venne "risolta" con la forza. Nell'aprile del 1879 furono caricate su un carro dei Carabinieri e portate all'ospedale di Udine anche se non proprio facilmente vista la ferma opposizione degli abitanti. Si racconta anche come un carabiniere fu anche egli vittima di questi comportamenti ma la cosa fu prontamente nascosta come da regolamento.

Purtroppo è risaputa la mancanza di documentazione. Dell'argomento la scrittrice Luciana Borsatti ne fece la sua tesi di laurea che poi divenne un libro.
Ultimo tentativo di documentare questi episodi fu la memoria orale di chi, nel 1980 e 1985, intervistò parenti delle vittime e testimoni oculari da cui si leggono queste parole "Di mia mamma... ho molti ricordi e ciò che mi è ben vivo nella mente... sono i racconti di persone indemoniate che parlavano lingue straniere in chiesa, al momento della consacrazione. Noi sorelle non volevamo crederle, ma lei ci diceva di credere, perché di quei fatti strani era stata testimone oculare"1.

Non unico caso di questa ampia casistica (simile a Morzine e a Louviers), resta comunque inspiegabile e terminato spontaneamente. Le donne rientrarono al loro paese di origine guarite o comunque senza nuovi sintomi.
Rimangono le due tesi principali, da un lato un fenomeno di isteria collettiva (istero-demonopatia) dicono forse dovuto anche alla prassi che vedeva matrimoni tra parenti e dall'altra un fenomeni di origine soprannaturale e demoniaca attirato da avvenimenti poco felici come il seppellimento dei cadaveri della piccola frazione senza rito religioso per più di una anno.

 

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