DOSSIER

CASI ED EPISODI RIMASTI NEL MISTERO

PREMESSA

Navigando alla ricerca di un libro, mi sono imbattuto in questa storia quasi per caso.
L'ho trovata molto intrigante e quindi ho voluto condividerla con voi parlandone anche in diretta (seppur in maniera molto ristretta) durante la puntata di 'Paranormal City' di ieri.
Lo scrittore Danilo Arona, che la visse in prima persona, ce la racconta attraverso il suo blog e anche se può sembrare un resoconto abbastanza lungo, credetemi, ne varrà la pena arrivare fino in fondo.
Mi sento di ringraziarlo sinceramente per la disponibilità e la simpatia mostrata nelle e-mail che ho avuto il piacere di scambiare con lui.

Prima di lasciarvi alla storia lancio un appello: al momento non sono riuscito a contattare né i vecchi proprietari né conosco qualche residente nella zona di Vercelli quindi se rientrate in uno dei due, scrivetemi pure perché mi farebbe tanto piacere approfondire.

 

ASCOLTA LA STORIA 

 
di Danilo Arona

La storia che vado a raccontarvi risale a qualche anno fa. È una vicenda molto estesa e complessa e che, per questo, non potrà essere compressa nello spazio di una sola puntata. Credetemi, ne vale la pena. I destini di alcune persone risultano ancora oggi influenzati e “segnati” dall’esistenza di una certa casa in pieno centro di Vercelli e dagli avvenimenti che lì sono accaduti. Ma procediamo con ordine.

Nella primavera del ’96 mi telefona un tal Sergio B. da Bologna per raccontarmi una storia (vera) in grado di far impallidire Steven Spielberg e il suo celebre film Poltergeist. Una vicenda collegata a una villa di sua proprietà, situata a Vercelli, a duecento metri dal Duomo e poco distante dalla stazione ferroviaria. Una storia che è anche un “pezzo” di vita, caratterizzato da una sfortuna incredibile. Secondo Sergio, colpa proprio di quella casa.

«Si chiama casa Destefanis ed è una palazzina a forma di lettera C”, mi racconta al telefono, “nella quale io e mio fratello Giorgio abbiamo abitato per un po’ di tempo all’inizio degli anni Ottanta. Un luogo già terribilmente provato da ben quattro casi di morte quanto meno prematura. Quattro fratelli da parte di nostra madre, lì dentro, prima che arrivassimo noi, sono passati a miglior vita. Due per malattia incurabile, ma due si sono suicidati, sparandosi ambedue alla testa. Ma noi non vi abbiamo dato peso. E Giorgio ne ha preso pieno possesso, andandoci a vivere con la moglie sposata di fresco. Subito dalla prima notte di permanenza, mio fratello ha iniziato a sognare. E lo stesso sogno si è ripresentato tutte le notti, arricchendosi di volta in volta di nuovi particolari».

Ovviamente chiedo a Sergio di raccontarmi il sogno. E quanto sento mi suona sorprendente, a dir poco.

«Lui viveva ogni volta la storia come se si fosse trattato di un film, nel senso che non ne era protagonista, come sovente capita nei sogni, ma un semplice spettatore. Tutte le notti Giorgio vedeva un imprecisabile numero di soldati italiani vestiti con le tipiche divise del periodo risorgimentale, mentre andavano a cavallo per una strada di campagna. All’improvviso questi soldati – che, dalle parole e dall’accento, parevano piemontesi – venivano aggrediti da numerosi contadini che Giorgio dichiarava essere italiani simpatizzanti per l’Austria. Come forse saprai, è una caratteristica di certi sogni quella di conoscere preventivamente le cose, ignorando la provenienza dell’informazione. Così Giorgio sapeva anche che questi soldati si recavano da Palestro a Vercelli. In ogni caso i poveracci venivano sopraffatti dai contadini inferociti e passati all’arma bianca se non lapidati o uccisi a bastonate. Una strage senza alcun superstite. E il sogno proseguiva con la sepoltura affrettata di quei disgraziati a qualche metro sotto terra dietro una grossa stalla in aperta campagna. Questo il sogno a grandi linee. E, se ti sembra strano che una persona possa fare lo stesso sogno tutte le notti, ti posso garantire che ci sono state più persone ad aver fatto l’identico sogno per essere semplicemente venute a trascorrere una notte a casa Destefanis…Occasionali ospiti, magari per una volta sola nella vita. Che so, una zia, un amico, la cugina della moglie di Giorgio. Ci sono però alcuni che non sognano. Ad esempio, a me o a mia cognata non è mai successo. Ma siamo eccezioni. La maggior parte della gente sognava. E alla mattina, appena svegli, al mio esterrefatto fratello tutti raccontavano dei soldati e della strage, descrivendo anche la stalla sotto il cui suolo erano stati sepolti, ammucchiati in un’orrenda fossa comune.

Ma questo non è niente al confronto di quello che è accaduto dopo un po’ di tempo.».

«Niente?».

«Ascolta. È domenica. Siamo tutti riuniti a tavola. Genitori, parenti, amici. Una bella tavolata bolognese, anche se siamo molto lontani da casa. Abbiamo appena addentato le lasagne al forno che il telefono, appoggiato sopra un tavolino accanto al caminetto, prende a suonare. Qualcuno si alza sbraitando e si accinge a percorrere quei pochi metri. Ma il trillo, dapprima intermittente come di norma, diventa all’improvviso un unico suono continuo, come una sveglia stridente che nessuno riesce a bloccare. E la cosa strana è che il volume si alza sempre di più, quasi costringendoci a coprirci gli orecchi con le mani. Ci guardiamo allibiti, pensando ad un improvviso e strano guasto del telefono. E, mentre ci avviciniamo sempre più all’apparecchio quanto meno per staccare la spina, ci accorgiamo di una cosa assurda. Il telefono, che continua a suonare come impazzito, si copre d’acqua, o di qualcosa che le assomiglia. In realtà si tratta di un’illusione ottica. Perché, dall’odore che si sta diffondendo nella stanza,

appare chiaro che l’apparecchio si sta praticamente sciogliendo, come sottoposto a un immane calore.

Giorgio in ogni caso non si perde d’animo. Stacca la spina con una pedata e l’infame trillo cessa di assordarci. Poi, quando lui si appoggia alla parete come per sorreggersi, ecco un’altra sorpresa, perché se ne stacca subito urlando. “La scossa! La scossa!”, si mette a ululare. Ed è vero. Qualcuno di noi ci prova a tastare quel maledetto muro e ne riceve una fortissima botta di corrente elettrica. Ma la faccenda più deprimente resta il telefono. che si sta ancora sciogliendo sotto i nostri occhi come se fosse una palla di gelato lasciata al sole».

«E che avete fatto?»

«Dopo quella domenica di tregenda, all’indomani abbiamo subito chiamato sia la Sip che l’Enel. I tecnici dell’azienda telefonica hanno alzato gli occhi al cielo e hanno cambiato l’apparecchio senza proferire parola. Quelli dell’Enel sono stati un po’ più loquaci, anche perché sono riusciti ad appurare che nei muri di quella stanza passava effettivamente della corrente. Senza però essere in grado di comunicarcene la ragione. A questo punto, se fossimo stati furbi, avremmo dovuto vendere, o svendere, la baracca e tornare a Bologna. Ma no, Giorgio s’illudeva ancora che il sogno dei soldati e l’episodio del telefono con il supplemento del muro elettrico non fossero in realtà collegati. Già, ci voleva la tragedia della segretaria».

«Tragedia?»

«Giorgio aveva necessità di una segretaria. La trovò. Era una di Trino Vercellese. Brava ragazza, con un marito e una bambina di pochi anni. La mise a lavorare in un’ala di casa Destefanis in attesa di trovare una sede stabile per la sua attività. Lei, dopo qualche giorno di attività, prese a dire che la permanenza in quella casa le trasmetteva un senso di disagio che non riusciva a capire. Nessuno ci fece caso. Poi ci fu quel massacro».

«Massacro?».

«Massacro, sì. Ne hanno parlato tutti i giornali all’epoca. Lei lavorava per Giorgio da tre mesi circa. Quella sera, come tutte le altre sere, tornò a casa, dove si trovavano il marito, la bambina e l’anziana madre di lei. Da quel che si è riusciti a capire, il marito stava pulendo una pistola e, senza alcuna causa scatenante, rivolse l’arma contro la moglie. La uccise al primo colpo. Quindi puntò contro la suocera e la figlia e sparò ancora. Forse l’anziana donna fece da scudo con il proprio corpo. Forse, nel turbine di follia dell’uomo, compare un attimo di lucidità. In ogni caso la bambina fu l’unica superstite. E, dopo avere ammazzato la suocera, lui si puntò la pistola alla tempia e lasciò andare il grilletto, portando con sé il mistero di quell’improvviso e allucinante raptus».

«Scusami, Sergio. Ma il nesso non è così evidente».

«Me l’aspettavo la tua obiezione. È tipica di tutti coloro che non hanno mai avuto a che fare con la casa. Per noi, soprattutto per Giorgio che ci viveva quotidianamente, la faccenda era diversa. Infatti, a partire proprio dal giorno dello sterminio, ci fu un’escalation degli eventi. I sogni di mio fratello si fecero più precisi e più angosciosi. La corrente elettrica cominciò a passare in tutti i muri. I quadri si staccavano dalle pareti in ogni momento e, più volte nella giornata, qualche oggetto volava sotto il nostro naso da un capo all’altro degli ambienti, così da costringerci a mettere sotto chiave ogni posata e tutti gli oggetti appuntiti o pericolosi. Poi una notte Giorgio sognò che, nell’identico luogo dove di solito assisteva alla strage dei soldati, transitavano a cavallo una bella e giovane donna in compagnia di un prete. La coppia si fermava a parlare con alcuni contadini che lavoravano nei campi. Qualcuno di questi personaggi aveva fatto parte del gruppo degli assalitori dei soldati. E, a questo punto, la tragedia si ripeteva: i contadini di colpo si avventavano sul prete e sulla donna e li uccidevano all’arma bianca. Quindi ne seppellivano i corpi nello stesso punto in cui già erano stati sotterrati i soldati. Mio fratello volle vederci chiaro. Si consultò con un frate di Vercelli, padre Flavio, spiegandogli del sogno collettivo e chiedendo assistenza per un’eventuale ricerca di carattere storico dalla quale poter trarre informazioni su qualche oscuro episodio della guerra risorgimentale accaduto in terra vercellese. Padre Flavio si dimostrò utilissimo perché, in meno di due giorni, grazie ovviamente agli archivi della Curia, trovò notizia di una strage avvenuta alla periferia della città pochi giorni dopo la battaglia di Palestro».

I FATTI STORICI

Occorre, presumo, a questo punto un’integrazione storica da parte mia per meglio inquadrare gli avvenimenti del “sogno”. La battaglia di Palestro, franco-piemontesi da una parte e austriaci dall’altra, avvenne il 31 maggio 1859 durante la seconda guerra d’indipendenza. Alla fine del mese di aprile di quell’anno, gli austriaci avevano oltrepassato il Ticino per sorprendere il Piemonte. Tuttavia l’avanzata, ostacolata anche dagli allagamenti delle campagne e delle risaie provocati dai piemontesi, era stata incerta e molto lenta. Trascorsi alcuni giorni, saputo che l’esercito francese si era ricongiunto con quello piemontese, il generalissimo austriaco, Francesco conte Gyulaj, aveva abbandonato il contegno offensivo e raccolto le sue forze in Lomellina, in attesa delle mosse dell’avversario. Dopo la battaglia di Montebello del 20 maggio, gli alleati franco-piemontesi avevano ideato un piano strategico per avvolgere il fianco destro austriaco, da Novara, e puntare quindi su Milano. Parte dell’armata sarda fu incaricata di proteggere il fianco destro alleato durante il movimento e di svolgere un’operazione di copertura avanzando da Vercelli su Robbio. Il 30 maggio i piemontesi passarono il Sesia in forze e occuparono dopo duri combattimenti Palestro, Confienza e Vinzaglio. Nella mattina del 31 maggio gli imperiali attaccarono la prima linea piemontese davanti a Palestro. Dopo fasi alterne e aspri combattimenti essi furono respinti su Robbio dalla decisa reazione piemontese. Intanto la battaglia infuriava anche a cascina San Pietro, attaccata da una colonna austriaca proveniente da Rosasco. La battaglia in questo settore fu risolta dall’intervento decisivo degli Zuavi francesi. Guidati da Vittorio Emanuele II in persona, essi assalirono con grande impeto le truppe austriache e le sbaragliarono completamente. Respinti verso lo scosceso cavo Sartirana, al ponte della Brida, molti soldati austriaci vi precipitarono dentro e annegarono. Gli imperiali non ebbero maggior fortuna a Vinzaglio e a Confienza, dove urtarono contro altre divisioni piemontesi che li respinsero su Robbio. I franco-piemontesi persero circa 600 uomini, tra morti, feriti e prigionieri; le perdite austriache apparvero molto più gravi, arrivando a quasi 1.500 uomini. Dopo la battaglia molti gruppi di soldati piemontesi tornarono verso Vercelli in ordine sparso. Fu uno di questi che cadde nell’imboscata alle porte della città compiuta da abitanti della zona, sfegatati filo-austriaci che volevano in qualche modo vendicare l’onta subita e che non fecero alcun prigioniero, nascondendo quei cadaveri scottanti sotto il suolo di una stalla in aperta campagna.

«Secondo Padre Flavio», continua Sergio, «il tempo e l’urbanizzazione avevano fatto sì che, laddove un secolo prima si ergeva quella stalla, si costruisse in seguito villa Destefanis, sotto le cui cantine senza pavimentazione giacevano e giacciono ancora oggi le spoglie delle vittime dell’agguato. La notizia prostrò parecchio mio fratello perché, senza ombra di dubbio, il frate gli aveva fornito la prova che la casa era, come si dice nel gergo, infestata. E soprattutto probabile apportatrice di una serie incredibile di disgrazie. I nostri quattro parenti morti, gli incubi, la segretaria assassinata, gli strani eventi del telefono e della parete. E anche il lavoro di Giorgio, ad un certo momento, prese ad andare a rotoli. Tanto che, dopo alcuni mesi dal truce fatto di sangue di Trino Vercellese, prendemmo in seria considerazione l’ipotesi di vendere la casa. Però prima qualcuno ci consigliò di ricorrere ai maghi. Sai, l’argomento era quello…In ogni caso, il primo che contattammo era un tipo barbuto specializzato, a suo dire, in magia bianca. Lo conducemmo davanti alla casa e lui fece strani movimenti con le mani, recitando incomprensibili cantici. Alla fine ci disse di stare tranquilli perché, secondo lui, la faccenda si esauriva lì. Invece gli incubi di Giorgio si aggravarono e la corrente elettrica continuò a passare attraverso il muro. Allora, sempre dietro ai consigli di qualcuno che dichiarava d’intendersene, cambiammo sponda e ricorremmo a un esperto, o pseudo-tale, di magia nera. Come l’individuo entrò in casa, i lampadari si misero a ballare e lui, visibilmente preoccupato, sentenziò che la nostra palazzina era un conduttore di energia elettromagnetica, fatto potenziato dalla vicina presenza dell’acqua. Infatti, un canale lambisce i nostri confini ed è probabile che sotto le fondamenta scorrano dei piccoli corsi d’acqua. In ogni caso pure lui fece dei rituali, ma si dimostrò quanto mai incerto sui risultati. Come se la faccenda fosse al di sopra delle sue possibilità. Infatti, a sentir Giorgio che continuava a viverci stabilmente, non ci furono sostanziali modifiche della situazione. Anzi, la sua attività peggiorò a tal punto che si decise tutti assieme di chiudere baracca e burattini e mettere in vendita la casa. Così avvenne e Giorgio venne a lavorare a Bologna con me. Adesso te la faccio veramente breve. Non solo non riusciamo a vendere la casa a una cifra che qui da noi non si spenderebbe per un garage, ma anche la mia azienda ha preso a non funzionare più. Per non dirti di malattie, di relazioni finite male, incidenti…Una sfiga mai vista!»

«Attento, Sergio», mi permetto di suggerire. «La convinzione di essere perseguitati dalla sfortuna è una delle più classiche forme di nevrosi. E credo che non abbia nulla a che vedere con la casistica paranormale che mi hai appena descritto».

«Tu dici? Vorrei crederti. Pensa che ultimamente siamo stati a casa Destefanis per scattare delle foto per un’agenzia immobiliare. Era di domenica. Il viaggio da Bologna a Vercelli è filato via liscio come l’olio. Abbiamo scattato e, a dirti il vero, non vedevamo l’ora di finire. Poi, appena rimessi in macchina, ci siamo resi conto che il viaggio di ritorno sarebbe stato problematico, a dir poco. In breve, l’automobile di Giorgio, nuova di zecca, si è guastata tre, dico tre, volte. E all’ultima il meccanico in autostrada ha dichiarato testualmente che era impossibile. Lui non trovava nessun guasto!».

«D’accordo. Ma il nesso con la casa resta sempre una tua ipotesi».

«Hai voglia di aiutarci?».

La domanda, così come la intendo, mi risuona brutale. La vera voglia che avverto è una precisazione che in questo momento sarebbe persino inutile: io non ho poteri taumaturgici né la presunzione di risolvere situazioni del genere. Su queste storie io ci scrivo, chiusa lì. Ma l’accento di urgenza che percepisco nella voce di Sergio mi fa propendere per una risposta affermativa senza indugi di sorta e una proposta persino azzardata:

«D’accordo. Ci vediamo a Bologna tra una decina di giorni». E mi faccio dare dal mio interlocutore indirizzo e numero di telefono.

Ho agito d’istinto. Ma quando si ascoltano storie come quelle di casa Destefanis occorre guardare in faccia chi te le racconta. Giusto per sgomberare il campo dal sospetto che la pertinenza del caso non debba poi essere quella dello psichiatra.

IL SOPRALLUOGO

Una decina di giorni dopo la lunga telefonata i cui particolari vi ho raccontato nella prima puntata, ecco che parto per Bologna. Mi reco a conoscere i due fratelli che hanno vissuto l’esperienza, inconclusa e assolutamente straordinaria, di casa Destefanis, la dimora infestata sita in Vercelli, poco distante dalla stazione e dalla Cattedrale.

Vengo prelevato sul luogo dell’appuntamento da un amico comune di entrambi, il giornalista Edoardo Rosati (che diventerà da lì poco il più fraterno degli amici nonché mio Alter Ego di scrittura in scorribande letterarie) e finalmente mi trovo faccia a faccia con i fratelli Sergio e Giorgio. A prima vista, di pelle, non potrebbe esistere nulla di più normale. I due lavorano nell’informatica, sono piacevolmente colti e affabili, sui quarant’anni, barbe biondicce e occhi cerulei. Sergio e Giorgio B., con un supplemento d’informazioni venuto alla luce proprio negli ultimi giorni grazie ad ulteriori ricerche d’archivio fatte dal frate di Vercelli, Padre Flavio.

Mi accomodo su una sedia in un ufficio nel centro di Bologna e ascolto. Alcuni giorni dopo la battaglia di Palestro e la nota strage di soldati piemontesi da parte di contadini filo-austriaci alla periferia di Vercelli, accadde che la moglie del capitano del drappello, accompagnata da un cugino e da un frate priore di un’abbazia della  provincia di Asti, ripercorresse in preda all’angoscia il verosimile cammino del marito, giungendo sul luogo dell’agguato. Qui interrogò per ottenere informazioni alcuni coloni che già avevano fatto parte del manipolo degli assalitori. Costoro, senza tanto pensarci su, si guardarono negli occhi e, agguantati forconi e badili, fecero fare all’ignaro e innocente terzetto la stessa fine dei soldati. Incuranti di trovarsi di fronte a un frate e a una giovane donna, i contadini, come si dice in gergo, non fecero prigionieri e seppellirono i tre cadaveri assieme agli altri che ormai puzzavano in modo orribile.

Morale della favola (ma questa non è una favola), sotto le cantine di casa Destefanis non si troverebbero soltanto i miseri resti dei militi caduti nell’imboscata, ma anche quelli di una donna, di un monaco e di un altro povero cristo che si trovava lì quasi per caso. Così andavano le guerre, anche durante il glorioso Risorgimento. E in ogni caso ecco confermati anche gli ultimi incubi di Giorgio.

“Solo che la sfiga continua”, dice Sergio. “La casa non riusciamo a venderla. E Giorgio mi assicura che lì ci sono ancora e sempre i fantasmi. Che ci consigli?”

Giorgio ammicca e io boccheggio. Ma chi l’avrà detto poi che i fantasmi portano sfiga? In ogni modo la sola carta che ho da giocare è la seguente:

“Sapete, scrivendo di misteri e di storie ai confini della realtà, si arriva a conoscere un po’ di gente. Se volete, possiamo fare un sopralluogo alla casa. Io mi porto dietro un paio di medium, gente dotata che non esercita di mestiere. Così stiamo relativamente al riparo da eventuali buggerate. Che ne dite?”

La proposta trova d’accordo i due fratelli (che per qualche arcano motivo mi ricordano i Blues Brothers). E si finisce alla grande, in trattoria. Siamo a Bologna, regno delle lasagne e del Lambrusco, non scherziamo. Tuttavia, al cospetto di uno stinco mastodontico il cui detentore doveva essere un bue di Jurassic Park, Sergio infila un’altra serie di aneddoti spaventosi che all’apparenza non hanno nulla a che fare con casa Destefanis, ma con la sua famiglia sì: una cugina che trova un feticcio dentro un cuscino in camera da letto e finisce travolta da un’auto, uno zio venuto a male parole con uno zingaro (sembra il romanzo di King L’occhio del Male) e da questo talmente fulminato con gli occhi da essere ritrovato stecchito il mattino dopo sul pavimento di casa. Io mi faccio scivolare, non visto, una mano fra le gambe e mi artiglio le palle.

Non credo alla iettatura e a coloro che se ne dicono essere vittime o portatori, ma non si sa mai. E la famiglia di Sergio e Giorgio mi sembra proprio un caso da manuale in quanto a malasorte. Alla fine del pantagruelico pranzo, fissiamo la data del sopralluogo. Quello da cui si aspetta una rivelazione illuminante. Sarà di domenica, il 19 maggio 1996. Una data che, per tutti i partecipanti alla spedizione, sarà indimenticabile.

In un crescendo d’ansia giunge il giorno, festivo, dell’appuntamento. Dobbiamo trovarci tutti quanti alle undici davanti la stazione di Vercelli. Io ho rimediato ad Acqui Terme un’amica conosciuta da poco, secondo me bravissima, autentica e con antenne assolutamente speciali per quel che riguarda l’altro mondo. A Vercelli poi conosco da anni un’altra ragazza che mi ha promesso che si presenterà all’appuntamento con la versione locale, pure lei femmina, di Uri Geller. Tra l’altro la mia amica vercellese, Paola, è una che di solito carica in macchina i fantasmi della strada. La compagnia promette scintille.

Manca poco alle dieci e trenta quando parto in auto da Alessandria con al mio fianco la medium di Acqui che si chiama Lucia. Il tragitto è breve: da Alessandria a Vercelli s’impiega meno che andare a Valenza nelle ore di punta e a Lucia decido di spiegare il minimo indispensabile, in sostanza nulla. Mi limito a raccontarle che la casa è tecnicamente “infestata”, ma non faccio il minimo accenno all’episodio della strage accaduto dopo la battaglia di Palestro. Se il medium è autentico, la cosa verrà fuori da sola.

Il viaggio di andata, per quanto corto, è noioso. Colpa anche del fatto che è domenica mattina e io ho un sonno terribile, avendo tirato le quattro tanto per cambiare. Lucia, poco prima di arrivare al casello di Vercelli, dice con enfasi: «Ah, quanti corvi abbiamo incrociato. Buon segno, il corvo è un animale sciamanico». Boh, sarà così. Soprattutto dopo il film omonimo con lo sfigatissimo Brandon Lee, un pensierino sul corvo bisogna farlo.

Alla stazione di Vercelli l’armata Brancaleone è al completo. Il sottoscritto, i fratelli di Bologna, Lucia, Paola di Vercelli e l’altra medium (quest’ultima una signora di mezz’età con una testa di capelli che sembra Jimi Hendrix e la pupilla giusto giusto tonda che dona l’adeguata fissità a una faccia un po’ inquietante – inoltre la tipa reca una borsa che, da quel che si vede all’esterno, potrebbe contenere un Marlin 444, nota marca di fucile usato per la caccia al rinoceronte). Presentazioni, sorrisi un po’ impacciati e Sergio, che sta sulle spine per la famosa storia della sfiga a peso, impone di andare.

Giungiamo sul luogo dei misfatti in meno di sessanta secondi ed eccola lì: casa Destefanis che, da fuori, è una brutta, grande e disarmonica costruzione a forma di “C” con un canale, un fiumiciattolo lordo e oscuro, che corre alla sua sinistra.

Come si aprono i cancelli e posteggiamo le macchine, Lucia schizza fuori con aria trafelata e si dirige verso una piccola porta di legno ubicata sul lato destro. Appoggia una mano e se ne sta lì, con uno sguardo di pietra e l’espressione alquanto turbata. Sergio va in visibilio: «Ci ha beccato! Ci ha beccato! Quella è la porta della cantina!». Ci ha beccato, senza dubbio e nessuno le aveva detto niente. L’altra medium vercellese, per non essere da meno, segue Lucia e comincia a trafficare dentro il suo borsone.

A questo punto sono dolente, ma occorre una doverosa pausa per farvi ben capire il tormentone che sta per crearsi. Perché ci troviamo in Italia ed è ben lungi dallo scomparire la nota sindrome di Don Camillo e l’onorevole Peppone. Anzi, le due anime della nazione incarnate dai celebri personaggi immortalati sullo schermo da Fernandel e Gino Cervi si sono ancor di più ingagliardite da quando il cavalier Berlusconi andò al potere, mitizzando un comunismo e uno spirito del medesimo che esistono probabilmente soltanto nella sua mente. Non si capisce? Qualche secondo e capirete…

Perché Lucia, per quanto medium (anche perché medium si nasce e non si diventa, forse), è laica, agnostica e rossa più di Capanna o di Oreste Scalzone durante i fantastici anni Sessanta. L’altra, che si chiama Immacolata (e non è uno pseudonimo), è invece medium ultracattolica, tipo Padre Balducci in gonnella o mamma di Carrie del grande film di De Palma. E Immacolata, come vede Lucia dirigersi verso la porta della cantina e lì sostare con fare pensoso e sguardo turbato, la tallona e dalla capiente borsa estrae in rapida successione un turibolo, tre flaconi con acqua benedetta di Lourdes e una dozzina d’immagini di Padre Pio. Lucia si volta incredula, come se qualcuno le avesse alitato sul collo dopo aver divorato un mazzo di cipolle di Tropea. «Bisogna pregare!», tuona la fondamentalista e Lucia la fulmina con un glaciale «La prego di lasciarmi lavorare!».

Il dato è tratto e il conflitto, insanabile da quel che si percepisce, condizionerà in modo pesante il resto della visita. Dopo avere perso qualche minuto a tentare di restaurare un piccione più di là che di qua (anche lui piazzato dalle parti dell’ingresso della cantina e che Immacolata definisce come un inequivovabile “psicopompo” – così si chiamano nel mito gli uccelli che accompagnano le anime dei morti), Sergio ci guida verso l’accesso della casa che si trova al primo piano. Ci facciamo strada in mezzo a un desolante marasma di cacche di piccione, piume di piccione e vari cadaveri rinsecchiti di piccione. Certo è che in queste condizioni il fatto di non riuscire a vendere la casa non può essere attribuito alla sfortuna. Se mai ai piccioni.

Sergio apre una scrostata porta di legno e dalla folata di muffa che ci invade le narici mentre ci troviamo ancora sul balcone, si capisce che è trascorso ben più di qualche mese dall’ultima volta che è stata cambiata l’aria. Come il padrone muove qualche passo nell’ambiente, un grosso pezzo d’intonaco si stacca dal soffitto e si sbriciola sul pavimento per effetto della brezza fresca. Sembra il preambolo del crollo della Casa Usher. Casa Destefanis, o la decadente parodia che di essa ne resta, ci appare così disposta: davanti a noi un vasto ingresso, sulla sinistra un’ampia cucina che si apre su un enorme balcone (una terrazza che da sola è grande quanto tutto l’interno e che a sua volta sovrasta il fiumiciattolo di cui ho già parlato in uno scorcio di panorama che pare Karlovac durante la guerra in Bosnia), poi la stanza da letto e sulla sinistra un’altra estesa stanza che può essere, credo, la sala da pranzo adibita anche a biblioteca. Nella casa sono rimasti tutti i mobili che l’arredavano quando era abitata e vissuta, mobili che ora ci appaiono – né potrebbe essere diversamente – sfondati, marciti e compromessi senza rimedio.

Non penso di essere il solo a sentirmi stupito. È come se chi l’abitava fosse letteralmente fuggito in fretta e furia lasciando ogni cosa al suo posto. Le posate stanno ancora nei cassetti, i bicchieri appoggiati sopra un arrugginito sgocciolatoio, libri stantii che risalgono ai primi anni Settanta sugli scaffali della biblioteca. Ovunque ragnatele, polvere, muffa e chiazze di materiale incomprensibile. Immacolata estrae un aspersorio e, con occhi socchiusi e labbra biascicanti giaculatorie, sparge acqua di Lourdes in ogni dove. Come se non ci fosse già abbastanza umidità. Invece Lucia si fionda nella stanza a destra, quella in cui si mangiava e si leggeva. Appare agitata, in preda a strani fremiti, con la fronte sudata e il fiatone.

«Eh, già!», giubila Sergio, «Proprio in questa stanza è successo il fatto del telefono. E lì passava la corrente!».

Io gli faccio segno di tacere, perché…

Piccolo riassunto. Ci troviamo nella haunted house di Vercelli altrimenti conosciuta come Villa Destefanis. Lucia, l’agnostica, si è precipitata nella stanza di destra, in altre parole la sala da pranzo, quella in cui un telefono si era fuso sotto gli occhi attoniti dei commensali domenicali. Sergio gongola perché le manovre di Lucia gli appaiono come una conferma della straordinaria peculiarità degli eventi della casa. Io gli faccio segno di tacere (qui termina il riassunto), perché non bisogna in realtà influenzare le intuizioni di un medium autentico. Intanto registro la cupezza di Giorgio: si capisce che la visita gli pesa molto di più che al fratello. Del resto era proprio Giorgio a viverci quotidianamente, ad avere gli incubi tutte le notti.

Nella stanza Lucia non perde tempo. Facendosi strada in mezzo tra  un divano sfondato, un tavolo zoppo in posizione non euclidea e ragni che paiono migali della Malesia, raggiunge un angolo oscuro, si volta verso il gruppo ed enuncia: «Qui c’è un calore incredibile!», riferendosi ovviamente a un caldo percepibile solo da lei e, forse, da Immacolata. «È l’angolo dove stava il tavolino con il telefono», commenta a bassa voce Sergio, quasi febbricitante per le inappuntabili verifiche che fornisce la mia amica sensitiva.

«La forza della preghiera! Solo quella può liberare la casa!», tuona alle nostre spalle Immacolata, che si è dedicata sino a questo momento a inzuppare i pavimenti e a disporre su ogni piano disponibile i santini con l’effigie di Padre Pio. Lucia serra i pugni e per un lungo attimo temiamo lo scontro diretto. Poi, alle spalle della medium laica, vediamo tutti qualcosa di sconcertante cui non abbiamo prestato ancora la dovuta attenzione: sul muro, anzi, “dentro” il muro si vede una pianta, apparentemente un ficus, che pare incastrata, “impastata” all’interno, cresciuta sotto la malta ormai sul punto di sgretolarsi. Una pianta attecchita in maniera incredibile nella parete, con le foglie che sembrano i tendini tesi, in rilievo, di un braccio vagamente alieno.

«Che storia è questa?», mormora Sergio guardando di sbieco il fratello.

«Non lo so», risponde quest’ultimo, «non c’erano vasi di piante in questa camera. E poi, anche se ce ne fossero stati…»

La frase gli muore sulle labbra. È un enigma. Neppure Lucia e Immacolata abbozzano spiegazioni. Solo Paola si chiede ad alta voce se questa stanza non stia per caso sotto l’esatta perpendicolare della cantina. Le giunge una risposta affermativa. Ma nulla che sciolga il quesito.

Quindi Lucia si sposta verso una finestra. Si prende la testa fra le mani, come in preda a una forte e improvvisa emicrania. Immacolata, invece, alla caccia di tecniche alternative, riprende a girovagare, salmodiando e spruzzando liquidi.

Io mi guardo attorno. Sembra uno spettrale manicomio. Sergio inizia a scattare fotografie. Prima l’assurda pianta nel muro, poi l’ambiente qua e là, le muffe, gli angoli tenebrosi, gli oggetti oggi distrutti che un tempo formavano l’arredo di casa Destefanis.

Di colpo Lucia si gira di nuovo verso noi. Stavolta non ha una bella cera. «Non si tratta soltanto di soldati», sussurra, «c’era qualcun altro, una creatura che non c’entrava per nulla!»

«Una donna?», chiede con ansia Sergio.

«No, una bambina», risponde la medium, «la donna era incinta».

Cade una cappa di silenzio e di sgomento. La donna incinta altri non può essere che la moglie del comandante dello sfortunato drappello massacrato dai contadini. Ci guardiamo tutti senza sapere che cosa dire né che pesci pigliare. Persino Immacolata, medium fondamentalista, ha interrotto i salmi come se, per qualche manciata di secondi, si trovasse anche lei sulle stesse coordinate di Lucia. Si sentono nell’aria la pietà, l’inquietudine e una diversa forma di paura. I bambini morti, anche quando si cammina fra le ombre e il paranormale, fanno un certo effetto.

Poi il pragmatismo sembra trionfare.

«Che si fa?», chiede Sergio. Le due medium si guardano per un lungo, interminabile minuto. Poi le posizioni, sino a questo momento inconciliabili, svelano un inatteso indice di convergenza. «Occorre benedire la casa e dire molte messe per quei poveri disgraziati là sotto!», è il coerente parere di Immacolata, alla quale Lucia replica: «Bisogna purificare l’edificio. Liberare i corpi sottili dalle scorie negative. Conosco le tecniche, ma dovrei fermarmi qui per una notte intera».

Naturalmente l’ultima decisione spetta ai fratelli bolognesi e la compagnia, intuendo che la visita domenicale alla casa degli spiriti sta per finire, si approssima verso l’uscita non prima di avere sostato con perplessità per alcuni secondi dinanzi alla stranissima pianta cresciuta nel muro. Una volta fuori, e tutti con un certo sollievo, si ripercorrono le scale ricoperte dal guano dei piccioni. Giunti nel cortile, ecco che lo sdernatissimo colombo che avevamo scoperto quasi agonizzante all’inizio della visita, come ci vede si libra nell’aria con uno scatto degno di Berruti. «Lo psicopompo è guarito!», dichiara con allegria l’amica Paola, «Buon segno!».

Prima dei definitivi commiati, capisco al volo che i fratelli hanno già preso una decisione. Chiedo lumi e mi dicono che nel primo pomeriggio si recheranno da Padre Flavio, il religioso di Vercelli che è a conoscenza di tutta la vicenda e che li ha già aiutati nelle trascorse indagini. Ovvio, raccomando loro di tenermi al corrente comunque vada. E, dopo un’occhiata in cagnesco tra le due sensitive, mi dirigo con Lucia verso l’auto per tornare a casa.

Durante il tragitto facciamo inevitabili commenti sull’autenticità dell’infestazione e sulla forza che, secondo la ragazza, si sprigiona dalle mura della casa.

«È come se le stesse fondamenta ne fossero impregnate. Dolore, sconcerto, rabbia. Toh, riecco i corvi».

Già, gli uccelli sciamanici sono ricomparsi di nuovo sulle nostre teste. L’autostrada in questo momento è del tutto deserta, forse colpa del fatto che è ora di pranzo. E i corvi svolazzanti stanno per regalarci un nuovo, strano brivido, degno e provvisorio finale della storia. Lucia ha appena iniziato una sua personale filippica nei confronti di “quella fanatica”, quando una massa scura che lì per lì mi pare un sasso piomba sul vetro della macchina. Avviene tutto in così pochi secondi che non ho neppure provato l’istinto di frenare. Guardando nello specchietto retrovisore, noto un corvo stecchito sull’asfalto. Roba da Hitchcock e da Tippi Hedren assediata dentro la cabina telefonica.

«Capperi, un corvo è venuto a schiantarsi sul parabrezza», osservo con apparente freddezza mentre fermo la macchina in corsia d’emergenza per andare a controllare il pennuto. Scendo e faccio  un’inutile verifica. Il corvo è morto. Praticamente l’ho ucciso io.

«Già, loro lo sentono», sentenzia sibillinamente Lucia mentre risalgo in auto, «va a finire che ci portiamo dietro qualcosa. Sai, quando entri in certe case, niente di più facile che qualche larvona ti si piazzi sulla schiena o in un groviglio di capelli. Così te la porti a casa».

Simpatica Lucia, soprattutto rassicurante. Certo è che, se fosse solo per il groviglio di capelli, dovrei stare tranquillo. In ogni caso giungiamo ad Alessandria senza altri intoppi e ci lasciamo con la promessa di stare in contatto per tenere la faccenda sotto controllo. Tutto qui? No, perché molto tempo dopo mi chiama Sergio da Bologna. E non ho ancora detto “Pronto?” che sento pronunciare nella nota cadenza emiliana: «La sfiga sta continuando, peggio di prima. Padre Flavio è andato alla casa, ha fatto un sacco di benedizioni e poi ci ha detto di stare tranquilli. Ma la sfiga è sempre peggio e Giorgio sogna ancora. E c’è dell’altro. Ti ricordi le foto che abbiamo scattato? Ebbene, Giorgio le ha scannerizzate al computer e sono uscite delle facce. Facce bianche, assurde, incomplete. E un’altra cosa che non ho neppure il coraggio d’ipotizzare che roba sia proprio davanti alla pianta nel muro. Domani le metto in una busta e ti spedisco il tutto».

Così è stato. La busta l’ho ricevuta. Le facce sono lì. E quell’altra cosa che ha terrorizzato Sergio sembrerebbe proprio la silhouette di un feto più o meno come si mostra durante una normale ecografia. Il condizionale, mai come in questo caso, è d’obbligo.

Ma la storia non è finita. Storie così non finiscono mai, durano nei secoli. Loro, i fratelli, nel frattempo sono scomparsi dalla mia vita. Casa Destefanis, però, è lì, nel centro di Vercelli, a pochi chilometri da Alessandria. Non chiede di meglio che di essere “guardata” da tutti coloro che non ci credono. - FINE

CONCLUSIONI

Al momento non è chiaro quale sia stata la fine di questa casa che di certo è ancora lì al centro di Vercelli e a pochi passi dalla stazione.

I misteriosi episodi potrebbero anche non essere affatto collegati in alcun modo alle tragedie avvenute nel 1859 ma rimane degna di nota la ripetizione del sogno collegata ad un fatto storico che, se non acquisito grazie alla ricerca negli archivi della Curia, difficilmente Giorgio avrebbe potuto conoscere così nei dettagli.

Ho altresì tentato di contattare i fratelli protagonisti della vicenda ma per il momento senza riuscirci. Vi terrò informati nel caso ci fossero aggiornamenti. 

ALLEGATI E FONTI

  1. L'articolo originale dal blog di Danilo Arona - parte 1
  2. L'articolo originale dal blog di Danilo Arona - parte 2
  3. L'articolo originale dal blog di Danilo Arona - parte 3
  4. La battaglia di Palestro da Wikipedia

 

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