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ARGOMENTO: Tantra dell'unico punto

Tantra dell'unico punto 1 Anno 6 Mesi fa #1

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rDzogs pa chen pò byang sems

Lodro Gyatso e' un maestro divenuto nomade in quell'Himalaya sconfinato...qui c'e' una parte della sua storia e il racconto della sua illuminazione.



L TANTRA DELL'UNICO PUNTO
rDzogs pa chen pò byang sems
thig le nyag gag rgyud thams cad kyi rgyal po’

Prologo

Devi sapere che da giovane fui monaco dell'ordine gheluk. Nel monastero avevo avuto la possibilità di studiare le principali dottrine buddhiste della mia tradizione, sia comuni che esoteriche.
Inoltre, terminate le discipline preliminari della via tantrica, avevo ricevuto l'iniziazione della divinità Cakrasamvara.
Il maestro Lodrò Senghe, subito dopo avermi conferito l'iniziazione, mi consigliò di compiere un pellegrinaggio al monte Tise (Kailash), luogo sacro di Cakrasamvara.
Però prima avrei dovuto recarmi presso il lago Mapham (Manasarovar), individuare un punto della riva segnato dallo svastika e lì compiere l'abluzione di purificazione e il rito di offerta dedicato alla Madre Suprema, la nobile "Liberatrice".
Fui felice di quella novità, giacché la mia vita fino allora era sta piuttosto sedentaria, inoltre credevo che il lungo e faticoso pellegrinaggio fosse un'occasione di grande risveglio spirituale, in cui speravo con tutto il mio essere.



Al lago Mapham

Quando finalmente raggiunsi il magnifico, immenso lago sacro, gli girai intorno finché non trovai il segno indicatemi dal maestro, quindi applicai le sue istruzioni.
Quella notte feci un sogno importante. Vidi che dal lago scaturiva un bellissimo, enorme fiore di loto bianco.
Il fiore sbocciò e dal suo interno apparve una stella bianca. Essa aumentò di dimensione fino a trasformarsi in un'entità umana femminile vestita di arcobaleno.
Era seduta con due oggetti nelle mani: la sinistra reggeva un vaso di prosperità; la destra teneva una freccia di longevità piantata nel vaso. L'essere divino parlò così:
«Io sono colei che tu chiami "Liberatrice". Altri mi conoscono con nomi diversi. Ora mi manifesto come la Regina dell'Arcobaleno.
«Sono qui per indicarti la chiave della grande sintesi, al di là delle frontiere erette dalla mente dualistica».
A questo punto nel suo petto apparve una stella bianca. Lei estrasse la freccia, la roteò in senso orario e la stella diffuse ovunque raggi multicolori. Poi Tara disse questo:
«I tre gioielli, tutti i mondi e gli esseri sono manifestazioni dell'energia della coscienza».
Successivamente roteò la freccia in senso antiorario e i raggi ritornarono in lei che riprese a parlare:
«Non discriminare più tra chi sta fuori e chi dentro il recinto della religione.
«Unisci ciò che il demone del dualismo ha diviso.
«Ogni cosa ha la natura dell'unico punto».
Ciò detto Tara piantò la freccia nel vaso. Poco dopo la sua forma e il fiore di loto svanirono nella luce bianca della stella che discese su di me e penetrò nel mio petto. Proprio in quel momento mi risvegliai.
Il mio sentire interiore era cambiato, come se nel mio cuore si fosse aperto uno spazio di profonda quiete, illuminata da un senso di gioiosa comunione con tutta la realtà.
Raggiunsi la riva del lago e ringraziai Tara per l'iniziazione che mi aveva conferito in sogno, quindi rimasi seduto in silenzio fino all'alba; e quando i primi raggi del sole baciarono il dolce lago, m'incamminai verso il monte Tise.


Il passaggio della recisione

Arrivato nei pressi del sacro monte, iniziai il giro rituale in senso orario, com'è consuetudine per i buddhisti, finché raggiunsi il luogo chiamato Shiwai Tsel. Lì notai una giovane monaca, stranamente vestita da nomade, intenta a praticare il rito della "recisione" (Chod).
La sua pratica era particolare, un po' diversa da quella consueta, ma la melodia era incantevole e le parole profonde.
A un certo punto credetti che avesse terminato il rito. Lei si avvicinò a me e, con molta gentilezza, mi offrì un po' di cibo. Siccome avevo finito la mia scorta, lo accettai con gratitudine, come un dono dei deva.
Mentre mangiavo in compagnia della monaca venni a sapere che conosceva bene il mio maestro; così pensai di chiederle alcune spiegazioni sulla sua pratica, ma non osai. Quando terminammo il pasto lei disse:
«Prima di andartene dovresti fare un'offerta. Lascia i tuoi indumenti e, se vuoi, prendi i miei».
La proposta non mi piacque affatto, però non replicai. Allora lei riprese a parlare:
«Questo è il luogo intermedio della morte. Questo è il momento del grande abbandono di sé.
«Se non sei disposto a dare via ogni cosa, come puoi ascendere al passo della completa liberazione?
«Quando viene meno la fissazione dell'io e del mio, chi indossa gli abiti da monaco e dov'è il suo monastero?
«Se lasci un pezzo dei tuoi possessi e conservi con tenacia il resto, è come se staccassi un ramo, ma l'albero della mente dualistica va tagliato di netto alla base: questa è la vera recisione!»
Io ero confuso e imbarazzato. In fondo lei aveva parlato bene, con profondità di pensiero; tuttavia non me la sentivo proprio di accettare lo scambio di abiti, d'altronde non ne comprendevo la ragione.
Così decisi di lasciare sul luogo un piccolo pezzo di stoffa; poi offrii alla monaca il poco tè che mi era rimasto e proseguii da solo.





L'anziana pellegrina bònpo

Giunto al passo di Dròlma mi accadde d'incontrare una vecchia che stava compiendo il giro in senso antiorario. Ci incrociammo nei pressi della roccia sacra sulla quale spiccavano segni e mantra sia buddhisti che bònpo.
La pellegrina era una seguace del bòn, la religione indigena a cui io, come molti altri tibetani, non davo nessuna importanza; anzi, ero propenso a considerarla un'antica, nefanda stregoneria che, per sopravvivere, si era camuffata assumendo termini, simboli e costumi buddhisti.
Tale era il mio atteggiamento quando vidi l'anziana bònpo prostrarsi di fronte alla roccia di Dròl-ma. Io le passai oltre recitando il mantra della mia divinità ma, poco dopo, mi sentii chiamare col mio nome.
«Che strano», pensai, «chi mi chiama? In questo luogo non c'è nessuno che io conosca».
Udii di nuovo quella voce chiamarmi altre due volte. Mi voltai e vidi la vecchia bònpo che stava terminando una prostrazione proprio ai miei piedi.
Feci un salto indietro. Lei si alzò, assunse il gesto della completa illuminazione, mi sorrise dolcemente, quindi disse queste parole:
«C'è chi apre il sacro cerchio della manifestazione divina e chi lo chiude.
«Chi sa conciliare espansione e riunione, creazione e compimento, metodo e conoscenza nella nuda consapevolezza della grande completezza è un maestro che risplende in alto dimorando in basso.
«Quando varcherai le illusorie barriere che la mente dualistica ha eretto tra il conosciuto e lo sconosciuto, il tuo intelletto si aprirà come l'oceano.
«Allora realizzerai la vera natura del Dio senza confini e risplenderai, glorioso Cakrasamvara, sulla cima del monte Svastika».
Detto questo la donna incrociò le braccia sul petto e se ne andò, scomparendo dietro la roccia.
Sconcertato, rimasi un momento immobile, poi m'incamminai alla sua ricerca, ma di lei non trovai più nessuna traccia.
Me ne stetti lì a riflettere, solo con la mia esperienza. Era reale ciò che avevo visto e udito? Non potevo dubitarne.
Le sue parole risuonavano dentro di me. Certamente non era un essere ordinario. Ma cosa aveva voluto comunicarmi?
Io praticavo sia il processo della creazione sia quello del compimento; riguardo alla fase della grande completezza non avevo ricevuto nessun insegnamento, tuttavia pensavo che corrispondesse alla dottrina del "grande sigillo".
Continuai il pellegrinaggio riflettendo su quanto mi era stato comunicato in sogno e al passo di Dròlma. Giunsi alla conclusione che la vecchia bònpo era senza dubbio un'emanazione divina. Così, terminato il primo giro, decisi con coraggio di ripercorrere il circuito intorno al Tise nel senso antiorario seguito dai bònpo.



Il ritorno a Shiwai Tsel

Varcato il passo di Dròlma, scesi verso Shiwai Tsel. Quando arrivai sul posto, ritrovai la monaca intenta a praticare il rito della "recisione", ma questa volta era a petto nudo, con indosso i soliti abiti da nomade.
Immediatamente mi domandai che cosa avrebbe pensato di me se mi avesse riconosciuto, e quali sarebbero state le conseguenze.
Feci finta di nulla e procedetti a capo chino, finché la sentii cantare ad alta voce:
«Ehilà! venerabile monaco, dove stai andando?
«Hai deciso di offrire le tue preziose vesti?
«Su su, mostrami il tuo vajra segreto!»
Così non potei far altro che guardarla in faccia. Lei assunse il gesto della completa illuminazione e, fissandomi negli occhi, cantò queste parole:
«Fratello, non mi riconosci? Vuoi che manifesti la testa da cinghiale? La mia vera natura è come una stella del cielo sconfinato: Om.
«Non vergognarti della verità che rende liberi.
Vergognati delle tue limitatezze e trasforma la vergogna nel pudore dell'umiltà: Hrih.
«Giovinezza e vecchiaia, maschile e femminile, bene e male, gioia e dolore, io e altro: Ha Ha.
«Il grande sé non va a destra né a sinistra, non procede avanti né indietro, non entra né esce: Hum Hum.
«Il sacro monte Svastika rimane fermo al centro, eppure ogni cosa continua ad apparire e a dissolversi: vuoti riflessi nello specchio dell'unica coscienza».
Dicendo queste ultime parole, lei incrociò le braccia sul petto, quindi gridò la sillaba Phat e nello stesso istante svanì proprio davanti ai miei occhi.
Io ero sbalordito. In quel luogo c'erano altri pellegrini, eppure nessuno di loro l'aveva veduta.
A questo punto mi divenne molto difficile mantenere la concentrazione sulla mia pratica. La profonda quiete dell'iniziazione era svanita. Non sapevo più che cosa fare.
Cercai di raccogliere tutte le mie energie per ritrovare l'autocontrollo, quindi invocai Tara affinchè mi aiutasse a completare il pellegrinaggio.
Dopo un momento di silenzio mi venne in mente di continuare il giro del monte in senso antiorario e fermarmi presso il monastero di Drirapuk per praticare la meditazione di Cakrasamvara. Terminato il ritiro mi accinsi a ripartire. Proprio in quel momento vidi arrivare a Drirapuk un anziano pellegrino, evidentemente bònpo, dal momento che seguiva il circuito antiorario.
Mi rivolse un saluto in silenzio e mi offrì del cibo. Mangiò con me, sempre senza parlare; poi mi salutò come prima e riprese il suo cammino.
Siccome quel vecchio mi aveva colpito per la luminosità dello sguardo e la quiete che emanava, decisi di seguirlo.
Finalmente, tre giorni dopo, arrivati di nuovo a Drirapuk, lo strano pellegrino parlò. Si presentò come Shense Jaò, discepolo di Yungdrung Òser.
Non avevo più dubbi che fosse un maestro bònpo; così gli chiesi se avesse un insegnamento da trasmettermi.
Rispose che conosceva soltanto un Tantra essenziale della "grande completezza secondo l'antica tradizione dello Shang-shung". Replicai che sarei stato felice di riceverlo, se ne fossi stato degno.
«Ora ne sei degno,» disse Shense Jaò guardandomi fisso negli occhi, «anche se non riuscirai subito a comprenderne davvero il senso profondo.
«Ma, prima che la pianta possa crescere, fiorire e portare frutto, occorre che il suo seme cada nel
terreno adatto. Questo è il momento di seminare il "Tantra dell'unico punto" nel tuo fertile cuore».
Subito dopo Shense Jaò iniziò a narrare l'origine della trasmissione del Tantra, così come l'aveva ricevuta. In seguito continuò a versare nella mia mente stupefatta varie istruzioni, quelle che sto per comunicarti.
Ricorda però che l'intera trasmissione durò alcuni mesi, perché ogni fase era intervallata da lunghi periodi di silenzio, durante i quali applicavo ciò che avevo appreso.
Tu non avere fretta e lascia che il suo insegnamento penetri dolcemente nel tuo cuore, con calma, come gocce preziose di vera ambrosia. Queste sono le parole di Shense Jaò.





La visione finale

Dopo questo insegnamento trascorsi in ritiro alcuni mesi, sia alla luce che al buio completo, finché Shense Jaò non mi avvertì di prepararmi per concludere e lasciare Drirapuk definitivamente tre giorni dopo.
L'ultima notte feci un altro sogno molto importante. Volavo libero sopra la mia terra natia; tutto sembrava tranquillo, tuttavia avevo difficoltà a riconoscere i luoghi, perché erano avvenuti molti cambiamenti.
Poi sentii una voce interiore che m'invitava a voltarmi. Lo feci e, davanti a me, vidi ancora una volta il demone in parte drago e in parte umano.
Allora mi identificai all'istante con la divinità, quindi mi lanciai come un fulmine contro il mostro e ingaggiai la lotta, cercando di trafiggerlo mortalmente col tridente, ma non ci riuscii e mi risvegliai.
Ero turbato. Ripetei la meditazione sulla divinità, poi provai a riaddormentarmi. Non appena ricominciai a sognare udii la voce interiore:
«Se vuoi vincere il demone della dualità non giudicarlo, perché non è altro che l'ombra del tuo giudizio!
«Il grande sé è libero dalla dualità di luce e tenebra: esso include tutto; nulla esiste che non sia l'unico punto.
«Raddrizza il tridente del metodo e rimani centrato, con lo sguardo e la consapevolezza sull'unico punto».
Allora raddrizzai il tridente, mantenendolo fermo davanti a me, diressi lo sguardo sul punto d'incontro dei tre rebbi e lasciai la consapevolezza nel suo stato naturale.
Subito dopo riapparve il demone: si dimenò per un po', poi rallentò e si fermò proprio dietro al tridente, oscurando il cielo come una grande nuvola tuonante, ma la mia consapevolezza rimase ferma.
Infine la forma del demone svanì, mentre la sua energia divenne una palla rossa come il fuoco che discese all'interno della calotta sulla mia mano sinistra. Lì la palla si trasformò in sangue.
Recitai il mantra, quindi soffiai sul sangue: esso ribollì trasmutandosi in nettare profumato. Lo bevvi, poi incrociai le braccia sul petto.
A questo punto la coppa e il tridente scomparvero e mi ritrovai in una meravigliosa dimensione di globi luminosi e raggi multicolori, con una musica di bellissime armonie.
Poi un globo blu, nel cielo di fronte a me, divenne una sorta di grande uovo in cui apparve un essere divino.
Il suo corpo, seduto nella postura del loto, assomigliava a quello umano, ma risplendeva diblu. Le mani erano atteggiate nel gesto della completa illuminazione.
La divinità irradiò ovunque il suo splendore blu, quindi lo riassorbì in sé. Poi mi trasmise questo messaggio:
«Ciò che vedi è la forma vuota del tuo sé, immagine riflessa nello specchio della tua coscienza.
«La tua vera natura è al di là di qualsiasi giudizio. Per me non c'è né male né bene: tutto è così com'è.
«Il karma è il sogno della mente separativa. Nel vuoto della coscienza illuminata come può esistere il karma di un io illusorio?
«Contempla la liberazione spontanea nello spazio della realtà non duale».
A questo punto l'essere blu assunse il gesto della contemplazione e svanì nell'uovo. Quest'ultimo divenne di nuovo una piccola sfera che penetrò in me, dalla testa al cuore.
Poi anche la mia forma si sciolse nello splendore blu e tutta la visione svanì nel centro del punto indefinibile.
Quando mi risvegliai era come se all'improvviso mi fossi ricordato della mia vera identità originaria.
Finalmente avevo la certezza di essere una sola cosa con la divinità, da tempo senza inizio e per sempre.

Il testamento del maestro

Terminato il ritiro mi recai da Shense Jaò, nella sua grotta, ma l'entrata era chiusa con pietre.
Così me ne stetti lì seduto, fino a quando non udii la chiara voce del maestro che m'invitava a liberare l'accesso per entrare.
Allora tolsi le pietre con cura e mi affacciai all'interno. In quel momento sentii un delicato profumo di fiori uscire dalla grotta.
Entrai e salutai, quindi mi sedetti in silenzio. A un certo punto mi resi conto che i vestiti del maestro stavano lì, a terra, ma lui non c'era!
Sembrava che Shense Jaò fosse svanito proprio mentre era seduto. Vedendo quegli indumenti da nomade così disposti compresi ciò che era accaduto.
Rimasi lì, immobile e silenzioso.
Poi mi venne alla mente un pensiero chiaro e persistente: il maestro mi aveva voluto lasciare i vestiti della libertà che un tempo avevo rifiutato.
Così mi spogliai e iniziai a disfare quel vuoto fagotto finché, con mia grande sorpresa, al loro interno trovai un foglio scritto a mano. Uscii all'aperto e lessi queste parole:

Omaggio al Dio senza nome. Ciò che si sente o si prova non è la vera realtà. La vera realtà non è sentita, provata o capita: essa è. Chi sente di essere la divinità non lo è. Essere la divinità non è sapere di essere: così è umiltà, non desiderio; così è realtà, non sogno.
Non anticipare mai, altrimenti determini e non segui le strade al di là della tua consapevolezza.
Non aspettare il grande risveglio. Lascia andare la preoccupazione.
Pensa che questo momento è l'ultimo che vivi. Perché sciuparlo con attese che non si verificheranno mai?
Ogni momento è completo. Vivi ogni momento come l'ultimo. Oh, l'unico punto!

Questo messaggio fu come un lampo a ciel sereno che colpì il mio glorioso albero della cuccagna.
Rimasi immobile a contemplare ammutolito il rogo che divampava al centro del deserto della mia mente, finché non rimasero altro che ceneri.
Allora un venticello fresco scosse le bandierine dei mantra e accarezzò dolcemente il mio corpo.
Le ceneri volarono via, brillanti come stelle, mentre lo splendore della luna piena baciava la vetta innevata del sacro monte.
Salutai il Dio senza nome, quindi rientrai nella grotta, indossai le preziose vesti del maestro e, da quel momento, divenni un nomade senza confini.

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